domenica 8 ottobre 2017

TI AVREI SCRITTO MOLTO TEMPO FA - NINA CASSIAN


Questa è la prima di sette poesie che formano il capitolo "Lettere" della raccolta "C'è modo e modo di sparire", dove la Adelphi ha radunato la produzione di Nina dal 1945 al 2007 e che pare siano le uniche tradotte e sopravvissute ad oggi (C'è stata una piccola silloge edita negli anni 60 da un piccolo, lungimirante editore). E in questa antologia a mio parete c'è una traslitterazione di tutta se stessa in versi. Versi che sembrano essere l'unico modo possibile di esprimersi:
"Da questa matita si diparte una strada di grafite / e sulla strada passeggia una lettera, come un cane, / ed ecco una parola come una città abitata / dove forse arriverò domani." (da Poesia)
e ancora, da Dedica, poesia con cui inizia il libro, il distico finale:
"Leggi il mio libro e inebriati / dell’aroma della mia carne."
Quasi - un quasi d'obbligo per la soggettività che caratterizza ogni lettore - ogni poesia è un'esplosione improvvisa e imprevista come pochi autori sanno creare.






Nina Cassian è lo pseudonimo di Renée Annie Cassian-Mătăsaru. Poetessa, scrittrice e traduttrice romena, nasce a Galați il 27 novembre 1924 in una famiglia ebraica (il padre I. Cassiano-Mătăsaru era un noto traduttore). Tra il 1926 e il 1935 vive e studia presso la scuola annessa alla sinagoga di Brașov, in Transilvania. Città antichissima dove si intrecciano razze, lingue e religioni: romeni, ungheresi, ebrei e tedeschi. Si trasferisce poi a Bucarest dove termina gli studi liceali. Nella capitale inizia a frequentare corsi di recitazione, scuola di pittura e studia pianoforte. Nel 1943 sposa lo scrittore Vladimir Colin da cui divorzia nel 1948, per sposarsi con il critico letterario Al. I. Stefanescu. con cui resterà per 36 anni, fino alla sua morte. Nel 1944 si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia, che abbandona dopo solo un anno. Nel 1945 pubblica la sua prima poesia sul giornale România liberă, seguita a due anni di distanza dal volume La scară, opera stilisticamente vicina all'espressività delle avanguardie artistiche e per questo definita decadente dalla critica ufficiale comunista. Negli anni successivi aderirà allo stile imposto dal regime scrivendo versi elogiosi verso il regime comunista e i suoi leader ma ritornerà presto al suo modo di sentire la poesia. Rende traduzioni notevoli di scrittori come Shakespeare, Bertolt Brecht, Christian Morgenstern, Iannis Ritsos e Paul Celan. Inventa un nuovo linguaggio poetico e pubblica oltre 50 libri di poesie, saggi e prose. Nel 1985 è invitata come visiting professor negli Stati Uniti per tenere un corso di "Creative Writting" all'Università di New York. Dopo un mese, il suo caro amico Gheorghe Ursu viene arrestato e ucciso in carcere. Nel diario che teneva vengono trovate le trascrizioni di alcune sue poesie satiriche con il regime di Ceausescu che la rendano una "sovversiva". Decide di non rientrare più in patria e il suo appartamento viene confiscato, i suoi libri vietati e ritirati dalle librerie. Solo dopo la caduta del regime le sue poesie vendono tradotte e diffuse negli Stati Uniti e in Inghilterra. Solo nel 2008 torna in Romania per la presentazione di un suo libro di poesie, e poi nel 2010 per un volume di racconti per bambini. In occasione della Giornata mondiale della poesia del 2014, le viene reso omaggio a Venezia con la pubblicazione di un volume tradotto nella nostra lingua "C'è modo e modo di sparire". Vive a New York fino alla morte, avvenuta il 15 aprile 2014, all'età di 89 anni, a seguito di un attacco cardiaco. Per suo desiderio, le sue ceneri sono in Romania, a Bucarest assieme a quelle dei propri genitori e di Stefanescu, l'amore della sua vita. 


Foresta storta - Polonia



Ti avrei scritto molto tempo fa ma prima ho atteso
di essere fuori dalla solitudine
ovvero fuori da quella contrada dove gli alberi
stanno in posizione orante,
in se stessi inginocchiati,
e i fiumi scorrono in se stessi,
essendo a un tempo corpo e anima,
impossibili da distinguere; ho atteso
che se ne andasse anche il ragno che
con una punta d’argento si era disegnato sulla spalla
e ora eccomi pronta a dirti
che non ti amo.





Ţi-aş fi scris mai demult, dar am aşteptat
întâi să fiu în afara singurătăţii, adică
în afara acelui ţinut în care copacii
stau în poziţie de rugă,
îngenuncheaţi înăuntrul lor,
şi râurile curg de asemeni înăuntrul lor,
fiindu-şi totodată trup şi suflet,
cu neputinţă de deosebit; am aşteptat
să plece şi păianjenul care
se desenase singur cu un vârf de argint pe umărul meu
şi iată-ma acum, gata să-ţi spun
că nu te iubesc.


martedì 29 agosto 2017

27 agosto 2008 - 27 agosto 2017


E' passato un nuovo anno e siamo arrivati a quota 9.
Non sono stata molto attiva, ma sono orgogliosa di aver trovato il vero padre del futurismo, di aver dato voce ad uno degli ultimi esponenti della resistenza e a due presentazioni di altrettanti autori. 
Vediamo cosa succede a non promettere niente.
Il punto:
287 autori, 681 post e 756533 visualizzazioni: oltre 100.000 in più rispetto allo scorso anno. 
Di nuovo grazie della vostra costanza.
 
 





domenica 4 giugno 2017

IL RITORNO DEL FIGLIO NEL SOGNO - GESUALDO MANZELLA FRONTINI


"Come sempre, è necessario essere critici nei confronti delle nuove idee, recepire il buono - secondo il nostro modo di essere - e rigettare il resto."
Con questa frase, chiudevo il post sul Futurismo di Marinetti. Certo, oggi questo comportamento sarebbe semplice da seguire, almeno dalla maggior parte delle persone, ma nel 1909? 
Quando si è stanchi dei vecchi modi di scrivere e non è possibile cambiare perchè i critici ti spezzano, liquidandoti con "visionario", "incomprensibile", "incapace" e non trovi nessuno che considerino i tuoi versi, i tuoi racconti, la tua musica, i tuoi quadri come avanguardisti, come si vive la poesia, la prosa, la pittura?
Una risposta possiamo trovarla in Gesualdo Manzella Frontini (Catania, 28 ottobre 1885 – Catania, 2 settembre 1965.) Ma chi era costui? 





Poeta, giornalista , scrittore, laureato in lettere e diplomato in filologia, insegnante nei licei classici di Prato, Luino, Cassino e Catania («Cutelli» e «Spedalieri») nonché nel liceo dell'Istituto San Michele di Acireale, Gesualdo Manzella Frontini diresse i giornali romani «L'idea liberale» (1914), «Le fonti» (1918), «Corriere africano» (1930) e collaborò a numerosi giornali e riviste, tra cui «Delta», «Vita nova», «Popolo di Roma», «Anthologie», «Lavoro fascista», «Corriere emiliano», «Ausonia», «Misura», «La rassegna», «Il resto del Carlino», «Novella», «Corriere della sera», «Corriere di Sicilia», «Popolo di Sicilia», «La Sicilia», «L'ora», «Giornale di poesia», «La fiera letteraria» e «Poesia», la rivista di F. T. Marinetti. Figura importante di inizio secolo nel panorama letterario, anche se oggi dimenticato, già nel 1904 pubblicava una propria raccolta di poesie a versi liberi (Novissima Semi ritmi).

“ Nel gennaio del 1907 io lanciavo un manifesto che preludeva la pubblicazione d'un giornale letterario, “Critica ed Arte” forse non ignoto a qualcuno di voi. Il manifesto fu accolto con ostilità molte: esso portava fra le righe frasi stilizzate la rivolta futurista, ma non ne conteneva il nome, né la prepotenza aggressiva. Ebbi pochi aderenti e tra questi un giovane di genio, Filippo Tommaso Marinetti, che fu collaboratore nel mio giornale e che mi divenne amico affettuoso.
Era trascorso un anno quando il Figaro, il giornale diffuso parigino, lanciava al mondo col nome di futurismo un grido di elevazione di rinnovamento di nuovo orientamento, e il Marinetti eroicamente affrontava con la stessa idealità e con mie identiche la lotta ch'io non avevo saputo sostenere...”
Il manifesto lanciato dal Manzella nel gennaio del 1907, prima ancora di quello del Marinetti del 1909, non ha fortuna e la rivolta - futurista - ivi contenuta, viene accolta senza entusiasmo.  “ Così nasceva il futurismo. Il proclama (del Marinetti) piacque a me, ed era umano che fosse piaciuto, poiché io vi leggevo la eco dell'anima mia, eco lontana che datava fin dal 1903 quando pubblicavo il mio primo volume dal titolo “Novissima – semi ritmi” ove per primo in Italia cantavo in metri liberi canzoni che la critica giudicò audaci, sconvenienti, poco sereni... Io intesi il bisogno di scrivere al Marinetti non già per aderire – ch'egli era stato un mio efficace collaboratore un anno prima – ma per ricordargli che sotto la forma di aggressiva irruenza egli non faceva che ripetere quanto avete voi già inteso nel mio manifesto..." 
  
(Futurismo e Passatismo - appunti per la conferenza al Kursal di Luino - 29 marzo 1913)


E vorrei infine integrare questo post con un suo racconto non solo per la delicatezza del tema trattato, ma anche per lo stile così attuale in cui è stato scritto quasi da ingannare uno dei selezionatori di libri delle attuali case editrici.





        IL RITORNO DEL FIGLIO NEL SOGNO

Io ero entrato nel sogno quando il mio figliuolo era ancora per via, ed ecco, stava davanti la nostra casa, ma s'era poi fermato in una vasta piazza perché la casa non c'era. Io vedevo infatti la madre in cucina e altri in altri posti, come in separate stanze scoperte, dalle mura certo di vetro, trasparenti: non erano stanze.
Egli veniva incontro a me.
Insolitamente chiuso quel suo volto ch'era stato sempre chiaro e aperto al sorriso: solo una viva fiamma d'oro, come non mai solare: erano i capelli mossi dal vento o forse da una carezza di dita invisibili.
Aveva le mani in tasca, mi sembrava meno alto e camminava lento quasi strisciava sul pavimento i piedi, ch'erano coperti dagli ampi pantaloni marinari che si afflosciavano in basso, oltre le ginocchia, come sacchi. Sul bavero della giubba da un solo lato due stellette.
Ci abbracciammo, stretti. Egli non diceva nulla, io gli carezzavo il volto e le mie mani erano trepide o agitate, come volessi fissare i tratti riplasmare nella memoria i particolari.
Gli dissi — e lo guardavo per un momento distaccandomi da lui —"Stai bene, caro, ma è strano, mi sembri più piccolo, meno alto».
Egli non rispose, ma sollevò le ampie campane dei pantaloni, dispiegandone le pieghe, poco, e li fece ricadere subito, con un gesto di pudore.
Erano apparse per un attimo due scarpe di riposo, mal ridotte, quasi due pantofole di pelle sciupata e irrigidita dalla salsedine.
Poi disse: "non ho più i piedi per navigare, papa".
Ma non lo disse con parole, ma io tuttavia intesi.
Lo abbracciai ancora e lo stordivo, che dentro di me risuonavano, come in un auditorium capace, vibrazioni metalliche, le sillabe appena pronunciate.
« Faremo degli arti nuovi, né alcuno si accorgerà di nulla. Tanto tu devi forse correre?
Andrai piano. Riprenderai la tua statura, sei bello figlio, come prima sei bello e sei sano, stai tanto bene con la divisa fuori ordinanza ».
Egli mi guardò serio poi mostrava il volto più aperto e sorrideva e gli si illuminavano gli occhi leonati.
Disse: «A Taranto i marinai d'una tradotta si divertivano e sogghignavano perché io andavo piano e strisciavo i piedi sul marciapiede della Stazione. E cantavano una canzoncina di scherno. Sono salito nel vagone. Non capivano ch'io ero un ufficiale, vestito così come sono, in malo arnese veramente. Tirai fuori il mio cronometro », fece l'atto: io rividi il cronometro infrangibile e impermeabile che gli avevo regalato al suo primo imbarco avventuroso nel grande sottomarino, e mi era apparso felice del dono inatteso, m'aveva baciato, figlio mio. Poi continuò: « se fra dieci secondi non mi avete chiesto scusa dell'offesa.. Come mi avessero riconosciuto per una improvvisa illuminazione, due o tre per tutti biascicarono: ci perdoni, signor Tenente ».
« Erano bravi ragazzi, sono tutti bravi ragazzi i marinai, e volevano aiutarmi a ridiscendere. Io non volli perché dovevo mostrare di essere in gamba. E sai, papà, quando fummo speronati, uno dei miei ragazzi, ricordo che stette ad ascoltare i palpiti del mio cuore, fino all'ultimo istante della mia morte ».
Io gli chiesi ancora, e lo carezzavo e lo toccavo, e la mamma sfaccendava e le sorelle andavano per le stanze trasparenti, ma senza nulla vedere:
« Dove avvenne, figlio mio? ».
Come in una sequenza cinematografìca io assistivo alla favolosa straordinaria avventura rievocata dalle sue parole. Vidi un edificio tempestato di borchie d'argento e di bronzo, ch'io non avevo mai notato.
Disse:  « Vedi quell'argento   e   quel   bronzo?   Quelle borchie son fatte delle nostre medaglie ».
Io non capivo.
Mi guardava arguto e stupiva della mia meraviglia. E intanto la facciata del palazzo prendeva l'aspetto d'un sarcofago imponente, immane, interrotto da colonne di scheletri umani che non davano alcun ribrezzo, ma dolci e pietosi alla vista, candidissimi come le immagini inconsistenti delle allucinazioni, quasi ostie intatte.
Ruppe la soffice atmosfera incantata una voce di bimbo.
«Mamma, mamma, è ritornato il figlio della signora: è ritornato Ardengo ».
Io dissi, fra me, e poi volli dire forte: « La Madonna ti ha fatto la suprema grazia che tu hai invocato, ma l'ha voluta pagata la grazia, cara».
Lei infatti doveva avere udito di là dal mondo il mio richiamo.
Sotto le dita, che passarono ancora tra i capelli di mio figlio, sensibilmente, sentivo il calore del suo capo nella carezza.
Così mi svegliai e nelle palme è rimasta viva la sensazione morbida dei capelli biondi.

dal sito https://francescopaolofrontini.blogspot.it                                                                            

MANIFESTO DEL FUTURISMO

E questo è il testo del Manifesto del futurismo, datato 1909 con cui Filippo Tommaso Marinetti ha fondato il Movimento Futurista.
Lo posto non perché sia d'accordo con quello che dice, ma perché ritengo sia stata necessaria la ferzata del suo messaggio  e la conseguente spinta al cambiamento, almeno per quanto riguarda la sfera letteraria e anche perché se oggi scriviamo come scriviamo, un qualche coinvolgimento lo hanno avuto anche Marinetti e gli altri firmatari. Come sempre, è necessario essere critici nei confronti delle nuove idee, recepire il buono - secondo il nostro modo di essere - e rigettare il resto.






           MANIFESTO DEL FUTURISMO



1. Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.

2. Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

3. La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.

5. Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.

6, Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.

7. Non v'è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo.

8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!... Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell'Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell'assoluto, poiché abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.

9. Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.

11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.


 



martedì 2 maggio 2017

L'ANIMALE - MANUEL BANDEIRA


E' dannatamente difficile scrivere una poesia sociale che trascenda il banale, andando oltre un lamento privo di corpo e sostanza. Manuel riesce con pochi versi a rendere il reale che lo circonda, con sguardo lucido e versi puri.
Proprio oggi confessavo - per l'ennesima volta - la mia profonda predilezione per i poeti dell'america latina, per il loro spendersi senza risparmiarsi. Non ci sono reticenze alle loro emozioni, come se siano queste a costringere l'autore a scrivere e non l'autore a interpretarle e in modo più o meno trasparente. Un esempio su tutti è Walt Whitman, anche se non rinnego certo l'autore: esprimo solo una preferenza. Come dire che un uomo ha i capelli biondi piuttosto che castani o neri.
La poetica di Bandeira è espressa bene nella sua "Ultima poesia": 

Così vorrei che fosse la mia ultima poesia
Che fosse tenera nel dire le cose
più semplici e meno
intenzionali
Che fosse ardente come un singhiozzo
senza lacrime
Che avesse la bellezza dei fiori quasi senza profumo
La purezza della
fiamma che consuma i diamanti più
puri
La passione dei suicidi
che si ammazzano senza spiegazione.


La traduzione è sempre a cura della stessa traduttrice.






Manuel Bandeira nasce il 19 aprile 1886, a Recife, nel Nordest brasiliano. A Recife egli trascorre parte dell'infanzia, un'altra parte la passerà a Rio de Janeiro, dove la famiglia si era trasferita e dove completerà gli studi medi e superiori. Nel 1903 parte per San Paolo per seguire il Corso di Architettura alla Scuola Politecnica Paulista, ma si ammala gravemente di tubercolosi, in un'epoca in cui questa era una malattia mortale ed è costretto ad abbandonare l'università. Da quel momento la sua vita cambia radicalmente: a causa della malattia passa dieci anni di tensione e lotta contro la morte, mesi di isolamento e di sofferenza, anni in cui si matura l'uomo e il poeta. La scoperta della sua vocazione poetica viene direttamente collegata a questa malattia contratta ad appena 18 anni. Egli stesso confesserà: "(...) mi sono ammalato e ho dovuto abbandonare gli studi, senza sapere che era per sempre. Senza sapere che i versi, che io avevo fatto da bambino per divertimento, li avrei iniziati a fare per necessità, per fatalità"1. Ma non è solo la sua arte che viene segnata da questa triste esperienza. Tutta la sua vita ne è coinvolta e un segno indelebile di malinconia accompagnerà per sempre il poeta.  La consapevolezza della precarietà della vita gli arriva anche da un contatto intenso e drammatico con la morte; fra il 1916 e il 1922 il poeta perde tutta la famiglia: prima la madre, poi la sorella, il padre, e infine il fratello. Segnato da queste esperienze, non riuscirà a costituire un proprio nucleo familiare, votandosi alla solitudine che lo accompagnerà fino alla morte, sopravvenuta il 14 ottobre 1968 a Rio de Janeiro.





                            L'ANIMALE

Ho visto ieri un animale
Nell'immondizia del cortile
Che cercava cibo fra i detriti.

Quando trovava qualcosa,
Non esaminava né odorava:
Ingoiava con voracità.

L'animale non era un cane,
Non era un gatto,
Non era un topo.

L'animale, Dio mio, era un uomo.

Rio, 25-12-1947.


Traduzione di Vera Lúcia de Oliveira 

O bicho

Vi ontem um bicho
Na imundície do pátio
Catando comida entre os detritos.
Quando achava alguma coisa,
Não examinava nem cheirava:
Engolia com voracidade.
O bicho não era um cão,
Não era um gato,
Não era um rato.
O bicho, meu Deus, era um homem.
                                             Rio, 25-12-1947.

(Belo belo, 1948)

martedì 25 aprile 2017

25 APRILE - GIUSEPPE COLZANI

Dalle interviste di Giuseppe Colzani, una testimonianza che vale più di mille poesie.
Ma non fermatevi a leggere, perché vale davvero la pena di ascoltarlo.


La notte che io ho definito la notte del silenzio, non parlava più nessuno. Non sentivi un rumore. Speravi che succedesse qualcosa e non sapevi cosa volevi che succedesse. 
Aspettavi e non sapevi cosa aspettare. Eravamo come dei fantasmi incollati a 'ste barricate fino alle sei del mattino quando spuntò l'alba. Ed era l'alba del 25 aprile. 

Non era ancora finita.
.....

Usciti [i fascisti] dalle caserme entriamo noi ad occupare le caserme. E ad un certo punto troviamo due fascisti che si erano nascosti, e si poneva il problema di cosa poterne fare di quei due, perchè non era un momento facile e questo loro lo sapevano benissimo.
Cosa cambiavan due morti in più, cosa cambiava? E vennero mandati a casa.
E qui passano gli anni. Una sera la custode mi dice "Guardi che c'è stato un signore a cercarla. Dice che voleva ringraziarla perchè lei gli ha salvato la vita, comunque dice tornerà più tardi"
Difatti è tornato con una bambina. Era uno dei due. Questa bambina mi sorrideva ed era un sorriso per me che arrivava da lontano, e rotolava lontano. Era la vita che avrebbe potuto non esserci. E io ho accarezzato quella bambina. Ma mentre la accarezzavo, pensavo ai miei due figli che se per caso avesse vinto suo padre, loro non sarebbero nemmeno nati.









domenica 9 aprile 2017

Presentazione libro TEOREMI E NOSTALGIE di Umberto Crocetti






A distanza di tre anni, Umberto Crocetti torna nelle librerie con una nuova raccolta dal titolo TEOREMI E NOSTALGIE edito da Manni.
Con questo nuovo lavoro mostra ancora una volta il suo rispetto profondo per la parola poetica e da poeta consumato, la usa per costruire versi di notevole efficacia. Il risultato finale è quella sua poesia che conosciamo bene: malinconica e forte, riflessiva e visiva, che ricorda certi autori dell'Est nonostante viva di vita propria  e conservi un suo timbro, unico e riconoscibile in mezzo ad altri testi, proprio com'è riconoscibile una voce che ascolti sempre.
Questa volta l'autore ci introduce in un nuovo mondo, una vecchia casa tra "corridoi inesplorati / e stanze, dove la vita riposava /" (da Di Luoghi abbandonati). Qui fa degli incontri "Eri nel cuore di ogni cosa" (da Errori), si guarda indietro e dentro "Il mio tempo ha un disordine nuovo" (da Pensieri su un divano), e noi siamo lì accanto a vedere con lui, ad ascoltare i suoi silenzi.
E soffermandoci sugli accostamenti insoliti dei testi, ed a patto di interrogarci sul perché di quelle scelte, facendo insomma una lettura attiva, possiamo davvero incontrare l'autore, trovare il significato più profondo del suo discorso poetico.
Prendete per esempio da quei primi versi citati sopra, tratti dalla prima poesia del libro, quel "la vita riposava". Suscitano subito un forte senso di nostalgia e di contrasto con il vissuto di tutti i giorni. Ma entrando tra le mura di quella casa, il poeta si lascia alle spalle tutto, anche il tempo: tutto si annulla, una sensazione che si prova entrando in qualche santuario, o in un monastero, luogo inserito in un'altra commovente poesia  presente nel volume: la casa stessa diventa sacra. Naturalmente è una mia visione; l'autore con la pubblicazione ci consegna le sue poesie e ne "sopporta" le interpretazioni, ma vedete per due semplici parole quante ne sarebbero necessarie per doversele spiegare? Eppure siamo bravissimi ad afferrarle in modo irrazionale anzi, diciamolo pure: col cuore e questo per merito dell'autore. Si può approvarle incondizionatamente oppure preferire parole alternative (però permettetemi di dubitare) ma in ogni caso, dopo la lettura, non saremo gli stessi perchè questi versi non si dimenticano; continuiamo a trattenerli come a volerli fare nostri. D'altronde e citando lo stesso Crocetti, "Come si può dimenticare la bellezza?"
E poi - indovinate un po'? - anche questa volta sono state tante le volte in cui ho cambiato idea sul testo da  proporre. Ho finito per fermarmi su di una che credo rappresentativa di gran parte della sua poetica. Composta da due strofe, in questa poesia l'autore incontra se stesso e quel silenzio che la spezza dà modo al lettore di prepararsi alla resa davanti all'intensità dei versi finali da cui resta sopraffatto. E' un effetto che ho osservato anche in altri lettori, amanti della poesia e non, mentre leggevano i testi di Crocetti.
Adesso lasciatemi postare il tutto, ché altrimenti cambio idea (di nuovo).








LE FIGURINE DI UN BAMBINO LONTANO

Quanto ti ho amato,
bambino dai calzoni corti
e dagli occhi profondi come il tuo futuro.
In piedi, vicino a scuola
in un vicolo dietro piazza Roma,
nel posto in cui strappavi le tue figurine
punendoti per quella imperfezione...

Quanto ho pianto per te
negli anni della gloria,
quanto a lungo ho cercato le tue mani,
avrei voluto stringerle al mio petto
e dirti: "non lo fare, non lo fare".









domenica 5 febbraio 2017

LE LANTERNE DI CARTA DI RISO - UMBERTO CROCETTI

Come si può definire la poesia?
Ogni autore ha una propria idea, non a caso ne sono state scritte moltissime, fissati come siamo a catalogare, a esprimere la nostra visione e in certo qual modo, esorcizzarla.
Si, perché ai più la poesia fa paura, specialmente quando riesce ad aprirsi uno spiraglio nella nostra corazza, quando si fa complice delle nostre esperienze, diverse ma simili e colpisce lasciandoci straziati e inebetiti con la nostra empatia, consapevoli di non essere capaci a mettere assieme parole simili, ammirati per chi riesce a trovare quella combinazione che ci rende improvvisamente indifesi.
La poesia di Crocetti ha da sempe avuto questo potere, ottenuto mischiando musicalità, onestà del verso, contenuto e contenente.
Si potrebbe dire che la poesia è bella e basta, ma questo non le rende giustizia (per la verità una frase simile non renderebbe giustizia a nessuna poesia), allora cosa dire? 
Niente, la poesia parla da sola. Magari prendiamoci tempo  leggendo senza fretta, cercando di "governare il silenzio".







LE LANTERNE DI CARTA DI RISO


Le lanterne di carta di riso
appese al vento sui rami dell'acacia
sono memoria sbiadita, adesso che una voce
già carica di sguardi, si assottiglia
diventa più lontana, rintanandosi
in quella stessa bocca che pure mi appartenne
un tempo, quando diceva
"il tempo non esiste" e invece esiste
come padre del ricordo
così vigile sui figli da sembrarti crudele
e non c'è modo di diventare adulti
e lasciare la casa del proprio genitore...

E' così difficile governare il silenzio
quando tutto intorno a te ha un volto e un nome
e perfino la pioggia ha un ritmo di vocali
che cadono vicine
raccogliendosi in grumi di parole.



domenica 25 dicembre 2016

REGALI DI NATALE - VIVIAN LAMARQUE

Non so quando tornerà un nuovo natale in cui ci sia davvero "pace". Per il momento ci si deve destreggiare tra attentati, sbarchi clandestini e corpi da riprendere dal mare, ostilità per i sopravvissuti, indifferenza per chi muore di freddo in strada. 
Questo è ancora il natale di oggi, anche se gli addobbi sono sempre più belli, i regali sotto gli alberi sempre più numerosi (non so se anche più costosi), il presepe sempre preparato con lo stesso (?) spirito  religioso (?) di sempre. 





REGALI DI NATALE

Per Natale ti faccio i seguenti regali due punti
caramelle svizzere per quando hai la tosse forte da far paura
che non mangerai mai
filtri per quando fumi che butterai dalla finestra
un bicchiere piccolo per bere di meno figuriamoci
dei gettoni per telefonarmi una sera da un bar
una bugia di terracotta per quando avremo buio
una piccola spada perchè sei il mio amore pericoloso
e poi anche un pezzetto di me quale vuoi?




domenica 13 novembre 2016

FRAMMENTO - STEFANO PERESSINI

E' con un deplorevole ritardo, di cui l'autore mi perdonerà sicuramente, che inserisco questo testo di Stefano Peressini, tratto dal libro Non ho perduto nulla, edito con la Youcanprint Self-Publishing, con una bella prefazione di Franco Pezzica e due paginine scarse di appunti di viaggio, ma dense di quella che è la sua visione della poesia.
E' ultimo testo del libro, una proposizione in versi di quello che sono i suoi "viaggi di carta" in cui Peressini intinge "il pennino delle insolite scoperte, mentre l'aria si muove e trasuda del brusio di pensieri a stento trattenuti".
A stento trattenuti, a sottolineare l'urgenza del dire, non del cercare di scrivere.
E di cosa scrive? "del lento fluire degli inquieti ricordi" trovati "scavando nel freddo dei momenti fermati in un dolore [...]
schegge piccole di vetro che tagliano la voce delle frasi appena nate ".
Peressini cura la forma perché, come dice bene Pezzica, "trovare il verso giusto è la fatica, dolce del poeta" come leggere una raccolta di poesie è anche conoscere un po' il suo autore. 
In Frammento i versi sono brevi, a volte anche di una sola parola, come buttata o incatenata, lasciate sole per riflettere, per un istante congelato, come un grido.  






FRAMMENTO

Non scrivo
per me stesso
ma per il tempo
che nasce
da una parola
buttata
a casaccio
sul foglio 
e nutrita dei segni 
d'altre parole
incatenata
in qualche frammento
di poesia 
o simile delirio.



lunedì 29 agosto 2016

27 agosto 2008 - 27 agosto 2016


8 anni.
La parte più sorprendente di questo anniversario sono i numeri delle vostre visite: quasi 100.000 in più, nonostante il blog sia stato aggiornato pochissimo. 
Non mi sento di fare grandi promesse, ma ogni post lo scriverò, come sempre pensando a voi e alla vostra amicizia silenziosa. 
Il punto: 
283 autori, 671 post e 650304 visualizzazioni: quasi 100.000 in più dello scorso anno. 
Grazie a tutti voi.







dal sito DOLCEROSSANA.COM


lunedì 25 aprile 2016

25 aprile 2016






"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione."

Piero Calamandrei (Firenze, 21 aprile 1889 – Firenze, 27 settembre 1956)


 

lunedì 25 gennaio 2016

SCRITTO A MATITA IN UN VAGONE PIOMBATO - DAN PAGIS


Non c'è nessun errore. La poesia è così, volutamente sospesa. 
" L’incompiutezza di questi versi è di un’eloquenza straordinaria. In sei linee sono evocati quattro nomi – della donna e dell’uomo creati da Dio, e quelli dei loro figli –, l’inizio della Genesi, l’inizio simbolico della storia. Ciò che è avvenuto ad Auschwitz rimette in discussione tutto fin dall’inizio, l’inizio degli inizi, ricollegandosi alla primordiale disperazione materna davanti al primo fratricidio registrato nella Bibbia. caino figlio di adamo – i nomi sono volutamente da me lasciati in minuscolo (in ebraico non c’è maiuscolo) anche per far risaltare nel nome ebraico adam il significato di uomo. Adamo è l’uomo, sono gli uomini. La poesia contiene solo due verbi: «se vedete... ditegli...». Un appello, un ordine. Forse, una chiamata di correo. Tutti siamo figli di adamo, tutti siamo abele e caino." 
(Massimo Giuliani, Letture 553)
Io non potrei scrivere di meglio.

Non sono riuscita ancora a procurarmi il testo in originale ebraico, né il nome del traduttore, ma non dispero. 




Dan Pagis nasce il 25 febbraio 1930 in una famiglia di lingua tedesca a Rădăuți, Bucovina in Romania (oggi Ucraina) in quello che una volta era la parte multi-culturale dell'impero austro-ungarico e che fu patria anche di Paul Celan. Nel 1934 suo padre si reca in Palestina per preparare l'immigrazione di tutta la famiglia.  La madre muore in quell'anno e suo padre lascia Dan in Europa  coi nonni. In una sua visita successiva  rifiuta di portarlo con sé a Tel Aviv, convinto di essere inadatto a crescerlo da solo. Lo crede più al sicuro coi nonni che nel sabbioso Medio Oriente e spera che in futuro lasci Bucovina per l'America dove vive uno zio.
Ancora bambino fu imprigionato in un campo di concentramento in Transdnestria (Ucraina), ma riesce a fuggire nel 1944 e ad arrivare sano e salvo in Palestina nel 1946.  Inizialmente insegna in un Kibbutz, poi si laurea in Letteratura Medievale Ebraica all'Università Ebraica di Gerusalemme. 
Conoscitore di molte lingue, traduce molte opere letterarie.
Muore di cancro  in Israele il 29 luglio 1986.






SCRITTO A MATITA IN UN VAGONE PIOMBATO

Qui, in questo convoglio,
io Eva
con mio figlio Abele
Se vedrete mio figlio maggiore
Caino, figlio di Adamo,
ditegli che io





martedì 5 gennaio 2016

E così te ne vai tu pure estate - DIEGO VALERI

A volte mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se avessi fatto certe letture quando ero ancora a scuola, se avessi avuto un insegnante capace di spiegare davvero la poesia e non farne un tormentone da buttare giù come una pillola, presto superata l'interrogazione e presto dimenticato. Nonostante tutto, sarebbe dipeso da me raccoglierla e accoglierla? Avrebbe cambiato qualcosa della mia vita? 
Come è normale, non posso darmi una risposta, solo ipotizzare e rammaricarmi di non avere almeno avuto modo di scegliere e me ne sento derubata.
Diego è uno di quegli autori del novecento che, al pari di Montale, Ungaretti, Quasimodo avrebbe potuto essere approfondito, ma il periodo era già così affollato di autori, che dubito fosse stato sulla mia antologia della quinta (o sui programmi ministeriali). 
In quanto alla poesia, non dà magari lo stesso impatto dell'ermetismo di Ungaretti e Quasimodo, ma credo che anticipi un nuovo modo di scrivere il verso, meno arroccato su se stesso, ma disteso, dolce e malinconico, arreso al cambiamento, ancora fiducioso del divenire.
Fortissimo il richiamo alla poesia di Quasimodo "Ed è subito sera".






Diego Valeri nasce a Piove di Sacco, provincia di Padova,  il 25 gennaio 1887 da Abbondio e Giovanna Fontana.  Terzo figlio della coppia, Diego è schivo, molto legato alla madre, me non col padre, una persona facile all’ira. Poco dopo la sua nascita, la madre decide di lasciare il marito e la vita agiata che offriva, per trasferirsi coi figli a Padova, nonostante le ristrettezze che la aspettano.  Valeri riesce pima a diplomarsi al liceo “Tito Livio” e poi a laurearsi in lettere  a soli ventuno anni nella università  patavina.  In quegli anni conosce Maria Minozzi che sposerà.  Nel  1911 suo fratello Ugo,  pittore incompreso, muore suicida. Ricordandolo, Valeri scrive: “La tragica morte di mio fratello Ugo fu talmente dolorosa per me, che poi, per oltre cinquant’anni, non ho avuto l’animo di scrivere su di lui e sulla sua arte neppure una pagina. Mio fratello, aveva quattordici anni più di me, ma fu a me vicinissimo e apertissimo sempre, anche quando eravamo fisicamente lontani, non somigliò mai a quel bohèmien scapigliato e burlone che qualche giornalista grosso inventò [...] ad uso e sollazzo del pubblico grosso. Egli fu, al contrario, uno spirito tormentato e un cuore sensibile, diciamo pure sentimentale, che, trovandosi a dover lottare senza quartiere per la sua arte contro la generale incomprensione del pubblico e della critica, sofferse moltissimo di non essere ‘creduto’” . La frequentazione con Ugo gli consente di conoscere altri pittori della città e gli trasmette amore per la pittura, per la bellezza dei paesaggi naturali. L’anno successivo, vince il concorso per la cattedra di italiano e latino nei licei e una borsa di studio per un corso di perfezionamento alla Sorbona e all’École pratique des Hautes Études di Parigi. Fino al 1926 Valeri insegna italiano e latino nei licei di Monza, Pinerolo, Ravenna, Voghera, Rovigo, Cremona, Vicenza e Venezia. E’ un socialista convinto e dopo l’avvento del fascismo, per non essere iscritto al Partito Fascista, viene dapprima escluso da un concorso, restando ad insegnare come professore incaricato e successivamente viene allontanato anche dall’insegnamento secondario. Inizia a lavorare alla Sovrintendenza delle Belle Arti di Venezia e assume un ruolo di primo piano nell’ambiente antifascista. Quando Mussolini viene arrestato, Valeri assume la direzione del quotidiano veneziano “Il Gazzettino”, che trasforma in un giornale libero, indipendente, antifascista. Il 13 agosto 1943, il suo primo articolo da direttore Valeri scrive: “Tutti abbiamo in cuore almeno un viso di giovane caduto per il nostro paese, combattendo uno contro dieci, ad armi impari, senza illusioni e, spesso, senza speranze. Tutti sappiamo di altri giovani che han sofferto e soffrono tuttavia (ma perché?) il carcere dei delinquenti comuni per aver servito un’idea politica non conforme all’idea tipo. Ebbene: quei morti garantiscono per i vivi questi reclusi testimoniano per la libertà. Gli uni e gli altri ci assicurano che una gioventù italiana degna di questo nome, esiste pur sempre; ci annunciano che un nuovo fiore sta per aprirsi al sole nuovo di queste tempestose giornate. E vero frutto verrà dopo il fiore.” Dopo l’8 settembre 1943 si rifugia in Svizzera in esilio, dapprima destinato al campo di Mürren, nello Jungfrau, a duemilacinquecento metri d’altezza. Con lui sono esuli Amintore Fanfani, Dino e Nelo Risi, Giorgio Strehler. Insieme ad altri professori esuli organizza un’università popolare, mantiene una fitta corrispondenza con la famiglia e la sua principale preoccupazione nel periodo di “permanenza forzata” in Svizzera, è quella di mandare degli aiuti alle sue donne che lo aspettano. Non è facile ricostruire gli eventi e le circostanze precise di cui si compone la vita di Valeri, principalmente perché il suo modo di fare è caratterizzato sempre da una forte riservatezza, egli stesso è solito affermare: “Non è nelle mie abitudini, parlare tanto di me”. Dopo la guerra ottiene la revisione di uno dei concorsi universitari da cui era rimasto escluso per non essere iscritto al Partito Fascista, classificandosi al primo posto e viene subito chiamato dalla Facoltà di Lettere dell’Università di Padova come Professore Ordinario di Letteratura francese e Incaricato di Storia della Letteratura italiana moderna e contemporanea. Incarico che mantiene fino al 1957 anno in cui esce di ruolo per raggiunti limiti di età, ottenendo la qualifica di Professore Emerito.  Nutre un grandissimo affetto per le sue due figlie Giovanna e Marina (chiamate da lui amorevolmente Nini e Momi). In una lettera dell’1 febbraio 1948 loro indirizzata, Diego Valeri scrive : “Io sono sempre dell’opinione che espressi una volta [...]: che se avessi potuto scegliere prima le mie figliole, avrei scelto proprio voi [...] E’ la pura verità: vi avrei fatto così come siete, se avessi potuto farvi con intenzione...”.  A oltre ottant’anni accusa problemi cardiaci e Venezia  con i suoi numerosi ponti, si fa faticosa da vivere, così nel marzo del 1976, Valeri si  trasferisce dalla figlia a Roma, dove morirà qualche mese più tardi, il 27 novembre, nella clinica Villa Claudia. Sulla sua casa a Venezia, in Calle Cereri, n. 2448 B, vicino ai Carmini, è stata affissa una targa in sua memoria, su cui si legge la prima lirica della raccolta Calle del vento:




E così te ne vai tu pure estate


E così te ne vai tu pure, estate.
Di giorno in giorno più breve è la luce,
più basso il cielo.
Un'ala lunga di vento
si stende liscia su la faccia del mondo.
E’ il vento umido, molle, delle sere precoci.
Cosa più resta al vecchio cuore
che già si gonfia di pianto?
Restano le tristi dolcezze di autunno
E la luce dell’ultima sera.

(Diego Valeri, Poesie, Ed. Mondadori)






giovedì 24 dicembre 2015

NATALE 2015


Non riprodurre un passo del Vangelo o un brano di letteratura sulle sacre scritture questa volta è voluto.
Natale non è il giorno da festeggiare dopo il 24 dicembre, che non importa andare in chiesa alla messa di mezzanotte se poi non credi davvero, che la croce e gli altri simboli della cristianità sono tanto più importanti quanto ci vengono contestati, che la tolleranza è giusta quando trovo tolleranza, che ogni persona è una risorsa per idee e saggezza. 
Il problema è che non si può dire proprio di tutti "Ecco, quello è un saggio...". E se un uomo non riesce a trasmettere se stesso e tutto quello che gli è stato insegnato in modo di contribuire alla Vita, credo sia una persona sprecata, senza senso e senza utilità. 
Penso a quelle che uccidono, ma anche a quelle che non ascoltano perchè si ritengono superiori alle altre (o magari ne hanno paura) perchè anche queste ultime, in fondo, uccidono.
Io spero ancora di non dover più vedere scene come quelle di Parigi, ma nemmeno quelle della Tunisia, del Kuwait. Spero che non si debba più leggere di donne e bambini affogati per i viaggi della speranza, in fuga da una realtà che fa più paura del mare. 




Il presepe più antico del mondo si trova nella Basilica di Santa Maria Maggiore. E' un'opera realizzata da Arnolfo di Cambio nel 1291, su commissione di Papa Niccolò IV.


«Tanti auguri ai fabbricanti di regali pagani! Tanti auguri ai carismatici industriali che producono strenne tutte uguali!
Tanti auguri a chi morirà  di rabbia negli ingorghi del traffico e magari cristianamente insulterà  o accoltellerà  chi abbia osato sorpassarlo o abbia osato dare una botta sul didietro della sua santa Seicento!
Tanti auguri a chi crederà  sul serio che l’orgasmo che l’agiterà  – l’ansia di essere presente, di non mancare al rito, di non essere pari al suo dovere di consumatore – sia segno di festa e di gioia!
Gli auguri veri voglio farli a quelli che sono in carcere, qualunque cosa abbiano fatto (eccettuati i soliti fascisti, quei pochi che ci sono); è vero che ci sono in libertà  tanti disgraziati cioè tanti che hanno bisogno di auguri veri tutto l’anno (tutti noi, in fondo, perché siamo proprio delle povere creature brancolanti, con tutta la nostra sicurezza e il nostro sorriso presuntuoso).
Ma scelgo i carcerati per ragioni polemiche, oltre che per una certa simpatia naturale dovuta al fatto che, sapendolo o non sapendolo, volendolo o non volendolo, essi restano gli unici veri contestatori della società. Sono tutti appartenenti alla classe dominata, e i loro giudici sono tutti appartenenti alla classe dominante».

Pier Paolo Pasolini - Saggi sulla politica e sulla società


giovedì 27 agosto 2015

27 agosto 2008 - 27 agosto 2015

7 anni. Sono passati sette anni da quando ho iniziato questa mia avventura di blogger. Ammetto che all'inizio avevo l'idea di accostare le mie poesie con poesie vere, per trovare qualche assonanza di versi ma dopo poco mi sono resa conto che non era una buona idea, che avrei dovuto leggere di più e accogliere dentro di me i loro versi. Quando ho preso quella decisione, avevo ancora pensieri confusi, un'idea della poesia molto semplicistica, comune ai tanti che scrivono e pubblicano, gelosi o meno delle loro opere ma che non sanno dire molto della loro poesia, oppure di coloro che leggono in modo superficiale, accontentandosi del benessere temporaneo che provoca la poesia stessa. 
Ho maturato molte idee che, prima o poi, metterò nero su bianco e userò parole semplici, perché non ne servono di complicate per parlare di poesia, dal momento che la poesia è qualcosa di fresco, immediato e immediatamente godibile, senza ulteriori intermediazioni oltre a quelle obbligate che corrono dall'emozione dell'autore alla sua versificazione.
Il punto: 
281 autori, 667 post, letture in totale 554078 e di questo ultimo dato sono davvero sbalordita: grazie a tutti voi per l'affetto e la fiducia, anche se silenziosi.



(Torta con drappi e roselline tratta dal sito COOK AROUND)


sabato 8 agosto 2015

Poesia verticale n° 51 - ROBERTO JUARROZ


A Roberto Juarroz
Amico Juarroz, mi perdoni per aver tardato tanto a risponderle, ma non è molto che sono rientrato a Parigi, dopo alcuni mesi di lavoro a Vienna. Da tempo volevo dirle che la rivista mi è molto cara, perché mi permette di ascoltare da tanto lontano voci argentine nuove e giovani. Oggi però le scrivo per un’altra ragione, più impellente: ho appena finito di leggere Segunda poesía vertical, e ne sono rimasto meravigliato, incapace di fare quel passo indietro che inevitabilmente si compie dopo che un poeta ci ha permesso di addentrarci nella grande verità del suo mondo, del mondo. Le sue poesie mi sembrano tra i componimenti più alti e profondi (che poi è la stessa cosa, in realtà) che siano stati scritti in spagnolo in questi anni. Per tutto il tempo ho avuto la sensazione che lei riesca ad affacciarsi a ciò che indaga con una visione totalmente libera dalle impurità (verbali, dialettiche, storiche) che all’alba del nostro mondo patirono i poeti presocratici, quelli che i professori definiscono filosofi: Parmenide, Talete, Anassagora, Eraclito. A lei (e a loro) basta guardarsi intorno perché qualsiasi visione prosaica cada a pezzi di fronte alla poesia, che si impossessa totalmente dell’essere. Ho letto ad alta voce i componimenti che capisco meglio (altri mi sfuggono o mi richiedono un’interpretazione che è forse più un’autoconsolazione per non poterli intuire a prima vista), e in ogni caso ho avuto nuovamente quella prodigiosa sensazione di straniamento, di rapimento, di accesso. Ho sempre amato la poesia che procede per inversione dei segni; l’uso dell’assenza in Mallarmé, alcune «anti-essenze» di Macedonio, i silenzi nella musica di Webern. Ma lei amplifica tali inversioni, che in altre mani finiscono per ridursi a giochi di parole, fino all’inverosimile. E allora, lo sguardo che vede e lo sguardo che non vede, una volta attorcigliati a formare un solo filo, [1] sono qualcosa di incredibilmente fecondo, un’invenzione dell’individuo. Era molto tempo che non leggevo poesie che mi estenuassero e mi esaltassero quanto le sue, e glielo dico così, di getto e senza rileggere, per non rischiare di farmi prendere dalla confusione e dalla paura davanti a tante parole sonore. Immagino che mi crederà lo stesso, e che siamo già amici, e un abbraccio.
(Carta Carbone.Lettere ad amici scrittori - Julio Cortazar)


Ho voluto inserire questo stralcio a commento della poesia di Juarroz per mostrarvi un esempio dell'incanto di Cortazar verso i componimenti degli amici scrittori e poeti, il suo entusiasmo che lo porta a battere a macchina lettere di ammirazione - talvolta di critica - per dei versi, come in questo caso, oppure per dei personaggi di qualche romanzo che gli veniva fatto recapitare dall'autore, così di getto, senza "fare prosa", e volevo anche evidenziare il modo di chiudere la lettera, così tipico di Julio e farvi rileggere il verso finale della poesia postata in precedenza. Sono così simili per costruzione... Non si può confondere il suo modo di scrivere come non si può confondere una tonalità di voce conosciuta.
E  davanti a questo commento empatico ma lucido, intelligente e mirato, sulla poetica di Roberto posso dire qualcosa di più o di meglio? No, meglio tacere.


[1] - Si tratta della poesia 67 del volume Seconda poesia verticale 1963








Poesia verticale n° 51

Un giorno troverò una parola
che penetri il tuo corpo e ti fecondi,
che si posi sul tuo seno
come una mano aperta e chiusa al tempo stesso.
Incontrerò una parola
che trattenga il tuo corpo e lo faccia girare,
che contenga il tuo corpo
e apra i tuoi occhi come un dio senza nubi
e usi la tua saliva
e ti pieghi le gambe.
Tu forse non la sentirai
o forse non la capirai.
Non è necessario.
Vagherà dentro di te come una ruota
fino a percorrerti da un estremo all’altro,
donna mia e non mia
e non si fermerà neanche quando tu morirai.




 51

Algún día encontraré una palabra
que penetre en tu vientre y lo fecunde,
que se pare en tu seno
como una mano abierta y cerrada al mismo tiempo.

Hallaré una palabra
que detenga tu cuerpo y lo dé vuelta,
que contenga tu cuerpo
y abra tus ojos como un dios sin nubes
y te usa tu saliva
y te doble las piernas.
Tú tal vez no la escuches
o tal vez no la comprendas.
No será necesario.
Irá por tu interior como una rueda
recorriéndote al fin de punta a punta,
mujer mía y no mía,
y no se detendrá ni cuando mueras.

(POESÍA VERTICAL 1958)

sabato 25 luglio 2015

TI AMO - JULIO CORTAZAR

Ho già inserito diverse sue poesie, ma tratterò Cortázar come un autore al primo inserimento,  perché le notizie del vecchio post erano davvero scarse, al pari di quelle che si trovano nella nostra lingua in rete; una ricerca complessa in una lingua non mia, ma dovevo tutto questo a Julio, per essere stato il mio primo autore straniero, quello che mi ha lasciato un grande amore per la poesia ispano-americana.
Arrivo a questa precisa scelta dopo una incursione nella sua vita attraverso i suoi scritti, i suoi racconti e le sue lezioni. Ho ascoltato le sue esaltazioni, la sua franchezza e il modo di prendersi in giro. Una poesia in cui il buon vecchio Julio non di sottrae all'esternazione dei suoi sentimenti più profondi, esattamente come era, almeno nel modo in cui l'ho capito e amato ancora di più.
Per questa poesia devo ringraziare il lavoro e la gentilezza di Milton Fernàndez, ("mi casa es tu casa") traduttore e scrittore a sua volta.




Julio Florencio Cortázar, il piccolo "Coco", come viene chiamato dalla sua famiglia, nasce il 26 Agosto 1914 a Ixelles, un sobborgo situato nella parte sud della città di Bruxelles, capitale del Belgio, occupata dai tedeschi. Figlio di Julio Cortázar, di origini basche, funzionario della Ambasciata Argentina in Belgio, dove presta servizio come addetto commerciale e José María Herminia Descotte, argentina di origini francesi e germaniche, la sua nascita "era un prodotto del turismo e della diplomazia", come più tardi ebbe modo di dire. Prima della fine della prima guerra mondiale i Cortázar riescono ad andare in Svizzera grazie a parentele tedescche della nonna materna e poco tempo dopo a Barcellona , dove vivono per un anno e mezzo. Solo ai quattro anni di Julio la famiglia riesce a tornare in Argentina dove il piccolo trascorre il resto della sua infanzia a Banfield , nel sud della Grande Buenos Aires , con la madre, una zia e Ofelia, l'unica sorella di un anno più giovane. Non era del tutto felice. "Molta servitù, eccessiva sensibilità, un dolore comune" (lettera a Graciela M. de Sola, Parigi, 4 novembre 1963). Quando ha sei anni il padre abbandona la famiglia e Julio non avrà più alcun contatto con lui. E' un bambino malaticcio, trascorre molto tempo a letto e la lettura è la sua grande compagna. Sua madre seleziona le sue letture, e lo inizia al mondo della letteratura. A nove anni ha già letto Jules Verne , Victor Hugo e Edgar Allan Poe, lettura questa ultima che gli procura frequenti incubi per un po'. Passa ore a leggere un dizionario Petit Larousse. La madre, preoccupata per questo si chiede se sia normale questo leggere così intenso; le viene consigliato di farlo uscire, di fargli prendere il sole. Ma Julio è anche uno scrittore precoce: a nove o dieci anni scrive un piccolo romanzo, “per fortuna perso” come dichiarato dal suo autore e prima ancora delle storie e sonetti. Data la qualità dei suoi scritti, la sua famiglia, tra cui sua madre, con grande dolore di Cortazar, dubita che siano suoi. Dopo aver effettuato gli studi primari nella scuola n ° 10 Banfield , si abilita all'insegnamento delle scuole elementari nel 1932 e professore in Lettere nel 1935 presso la Scuola Normale di Professori Mariano Acosta. A diciannove anni, inizia gli studi di filosofia presso l'Università di Buenos Aires, ma dopo il primo anno, si rende conto che deve aiutare la madre, usando il titolo che ha. Così inizia ad insegnare a Bolivar, Saladillo, Chivilcoy dove frequenta un gruppo di amici nel negozio di fotografia di Ignacio Tankel. Nel 1944 si trasferisce a Mendoza, nella cui Università di Cuyo tiene corsi di letteratura francese, partecipa a manifestazioni contro Peron e quando viene eletto, si dimette. Torna a Buenos Aires, dove fa il traduttore pubblico. "...avevo un ufficio e ho tradotto la posta delle prostitute del porto che mi portavano le lettere dei loro marinai, inviate da tutti gli angoli del globo."
Nel 1947 inizia a collaborare con diverse riviste e l'anno successivo consegue il titolo di traduttore giurato di inglese e francese, dopo aver completato in nove mesi uno studio per cui normalmente occorrono tre anni. Questo sforzo gli provoca dei sintomi nevrotici, uno dei quali (trovare scarafaggi nel cibo) scompare con la scrittura del racconto Circe, che sarà incluso nel suo libro Bestiario, pubblicato nel 1951. Poco dopo, per protesta contro il governo peronista, decide di trasferirsi a Parigi, città in cui risiederà per il resto della sua vita, ad eccezione di sporadici spostamenti dovuti principalmente al suo lavoro di traduttore per l'Unesco. Qui vive con qualche difficoltà finanziaria con Aurora Bernardez, traduttrice argentina sposata nel 1953,  finché accetta l'offerta di tradurre le opere complete in prosa di Edgar Allan Poe per l'Università di Puerto Rico ("uno scrittore che non si lascia tradurre del tutto." dice Julio, ma il risultato è considerato dai critici come la migliore traduzione dello scrittore americano). Nel 1967 divorzia e si unisce a Ugnè Karvelis, senza sposarsi. Con lei si reca a Cuba, invitato come giurato in un concorso dalla Casa de les Americas e con lei  il suo interesse per la politica si fa più forte, tanto da donare i profitti di alcuni suoi scritti in sostegno dei prigionieri politici provenienti da vari paesi.
Nel 1978 gli troviamo accanto Carol Dunlop, la sua seconda moglie, originaria del Québec, "scrittrice e traduttrice, occhi azzurri, dolce e silenziosa, dolce porto di pace dopo un interminabile tempo di burrasche". Anche con lei viaggia molto: in Polonia per una conferenza di solidarietà col Cile e lungo l'autostrada Parigi-Marsiglia con il fantasioso Fafner, un camper - forse rosso - completo di acqua, di un cucinino, di un tavolo per lavorare che per Julio rasenta la perfezione.
Nell'agosto 1981 ha una emorragia gastrica che per poco non gli è fatale. Non smette mai di scrivere, la sua passione anche nei momenti più difficili.
Nel 1983, al ritorno della democrazia in Argentina, Cortázar fa un ultimo viaggio in patria, dove viene accolto calorosamente dai fan, che lo fermano per strada per chiedergli autografi, in contrasto con l'indifferenza delle autorità nazionali. Dopo aver visitato alcuni amici, torna a Parigi. Poco dopo François Mitterrand gli conferisce la cittadinanza francese.
Carol Dunlop muore il 2 novembre 1982 e lascia Cortazar immerso in una profonda depressione. Muore il 12 febbraio 1984 ufficialmente a causa di una leucemia. Tuttavia, nel 2001 la scrittrice uruguaiana Cristina Peri Rossi scrive nel suo libro sullo scrittore che la leucemia potrebbe essere stata causata dall'AIDS, forse contratta per una trasfusione di sangue nel sud della Francia. Due giorni dopo, viene sepolto nel cimitero di Montparnasse nella stessa tomba in cui si trovava Carol. La lapide e la scultura che orna la tomba sono state fatte da Julio Silva e Luis Tomasello suoi amici artisti. Al suo funerale partecipano in molti, anche le sue ex Ugne Karvelis e Aurora Bernárdez. Quest'ultima che lo assistite negli ultimi mesi di vita dopo la morte della Dunlop eredita le sue cose, tra cui la biblioteca personale dell'autore, comprendente a più di quattromila libri, di cui oltre la metà sono dedicati allo scrittore dai rispettivi autori e la maggior parte di questi hanno numerose annotazioni di Cortázar. Nell'aprile del 1993 Aurora li dona alla Fondazione Juan March di Madrid. 



Patrick William Adam (1852-1929) - Interno, Mattina



TI AMO

Ti amo per ciglia, per capello, t’impugno in candidi
androni dove non s’avventurano i giochi della luce,
questiono ogni tuo nome, ti strappo con premura di cicatrice,
ti immergo nei capelli ceneri di lampo
e nastri addormentati dalla pioggia.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia
scrupolosamente ciò che arriva dopo la tua mano,
perché l’acqua, considera l’acqua, e i leoni
si sciolgono nello zucchero della fiaba
e i gesti, quella architettura del nulla,
accendono le loro lampade a metà di ogni incontro.
Il mattino è la lavagna nella quale t’invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, no, non sei così, nemmeno
sono tuoi quei capelli lisci, quel sorriso.
Cerco la tua cifra, il bordo della coppa dove il vino
è al contempo sia luna che specchio,
cerco quella linea che fa tremare un uomo
in una galleria di museo.

E poi ti amo, e fa tempo e freddo.

(Trad. di Milton Fernandez)




Poema

Te amo por ceja, por cabello, te debato en corredores
              blanquísimos donde se juegan las fuentes de la luz,
te discuto a cada nombre, te arranco con delicadeza de
                                                                                       cicatriz,
voy poniéndote en el pelo cenizas de relámpago y cintas
                                                          que dormían en la lluvia.
No quiero que tengas una forma, que seas precisamente
                                               lo que viene detrás de tu mano,
porque el agua, considera el agua, y los leones cuando
                                   se disuelven en el azúcar de la fábula,
y los gestos, esa arquitectura de la nada,
encendiendo sus lámparas a mitad del encuentro.
Todo mañana es la pizarra donde te invento y te dibujo,
pronto a borrarte, así no eres, ni tampoco con ese pelo
                                                                      lacio, esa sonrisa.
Busco tu suma, el borde de la copa
donde el vino es también la luna y el espejo,
busco esa línea que hace temblar a un hombre en una
                                                                    galería de museo.

Además te quiero, y hace tiempo y frío.